I Minibond dalla A alla Z

 

Alessandro Sannini, spiega le caratteristiche dei Minibond ad uno dei più importanti blog di finanza italiani.

30/10/2013 Cinzia Meoni di Professione Finanza.

“I minibond non sono nient’altro che delle obbligazioni quotate su uno specifico segmento di Borsa denominato Extra Mot Pro. Sono stati introdotti con il Decreto Sviluppo 2012 e saranno ulteriormente agevolati con il Decreto Fare 2 attualmente in discussione.” spiega  a PF Alessandro Sannini, partner di Kep Consulting  che poi specifica: “In diritto rientrano nei cosiddetti titoli di credito, in questo caso dematerializzati, visto che la “carta“ in questo caso è virtuale”

Quanto al mercato di riferimento, come sostiene Sannini, è ancora in fase di rodaggio, si tratta di un mercato appena partito. “Esiste il primario, ma non esiste ancora un secondario, inteso come mercato di scambio”. Per questo, avvisa l’esperto, si tratta “tutti gli effetti strumenti illiquidi. Gli investitori possono solo essere qualificati e professionali”. Peraltro, per tutti quegli operatori che lavorano molto sul medio/lungo termine, come le assicurazioni o i fondi pensione, si tratta di una asset class “molto interessante”.
Il fatto che se ne parli solo ora, è determinato dal fatto che “viviamo un momento economico di grossa difficoltà del sistema bancario per cui il minibond diventerà irrinunciabile”.  Purtroppo, come spiega il partner di Kep Consulting, l’Italia è un Paese banco-centrico. “L’imprenditore italiano è stato negli anni abituato male ad avere come unico referente il direttore/i direttori di banca sotto casa. Oltretutto, prima dell’introduzione di questo strumento, con questo quadro normativo sussistevano dei paletti di tipo soprattutto fiscale nell’emissione di corporate Bond” Di mininbond se parla ora, perché viviamo un momento economico di grossa difficoltà del sistema bancario per cui diventerà irrinunciabile.
Le prospettive di sviluppo dello strumento finanziario sono infatti ampie. “La crescita e l’utilizzazione crescerà man mano che ci saranno players disposti alla sottoscrizione, come fondi specializzati ed altri. Potrebbe diventare molto interessante la diffusione di corporate bond di tipo partecipativo con caratteristiche di quasi-private equity.  Il corporate bond legato ad un singolo progetto, ad esempio un’acquisizione o un progetto per qualche settore potrebbe dare ottimi risultati”. L’esperto ricorda poi come in questi ultimi giorni,  Giuseppe Vegas, presidente di Consob, nel corso di un’audizione alla commissione Finanze della Camera, ha detto che l’emissione di minibond, prevista dal decreto Sviluppo per contrastare il credit crunch potrebbe raggiungere i 20-30 miliardi di euro e interessare una platea di circa quattromila aziende, tornando a sottolineare le carenze del sistema creditizio italiano. Il problema principale è che l’Italia, pur avendo uno dei più elevati livelli di risparmio tra i Paesi industrializzati, ha risorse che sono spesso investite in depositi bancari o in titoli di Stato e che non vengono sufficientemente ri-veicolate alle imprese. “Resta insomma il problema del credito: nei primi nove mesi del 2013 i prestiti delle banche al sistema produttivo sono calati di un ulteriore 4,6 per cento, mentre gli interessi applicati ai nuovi prestiti inferiori al milione di euro hanno raggiunto il 4,5 per cento, contro il 3 per cento scarso di Francia e Germania”  evidenzia Sannini.
I minibond sono quindi uno strumento “utile per aziende emittenti solide con possibilità di crescita, sufficientemente  strutturate o con esigenza di fare investimenti, dato che consente la riorganizzazione dei flussi di finanziamento”. La scorsa estate Mps ha creato con Finint un fondo dedicato all’investimento in questo tipo di strumento. “Ma ce ne sono altri in via di costituzione. Pochi comunque quelli indipendenti di derivazione non bancaria” sostiene l’esperto.
Quanto ai possibili freni sul mercato, questi sono costituiti prevalentemente dalla  “scarsa abitudine alla trasparenza degli imprenditori italiani e da aziende che non sono presentabili sul mercato, seppur con buoni numeri. Inoltre il mercato viene frenato dalla non competitività a livello di tassi rispetto a quelli bancari.” Tuttavia, a giudizio di Sannini,  “con un po’ di lungimiranza si potrebbe davvero innescare un’evoluzione al sistema economico italiano facendo diventare indipendenti le Pmi dal sistema del credito tradizionale”.
Operativamente, come spiega l’esperto, l’originator è sicuramente l’advisor, ovvero società di consulenza specializzate che assistono nell’emissione l’azienda. Un advisor normalmente fa la due diligence e con il supporto del legale scrive il regolamento del prestito.  Essendo un’operazione di mercato sopra una certa soglia bisogna avere anche un Global Coordinator autorizzato che può essere una Società di Intermediazione Mobiliare o una Banca d’affari  che ne coordini il collocamento.  Il problema di queste operazioni è che ci troviamo spesso di fronte ad imprenditori desiderosi di incassare finanza liquida poco disposti ad affrontare qualche costo in più – sicuramente non proibitivo – per diventare allettanti per I mercati. C’è un problema di fondo: nello studio di queste operazioni, data la poca dimestichezza con il mercato di taluni, l’advisor si trova a diventare ostaggio di logiche un po’ naïf dell’imprenditore italiano, che non capisce quanto valore abbia in operazioni di mercato anche la forma. Tutte le operazioni di questo tipo di cui sono a conoscenza si stanno svolgendo in regime di club deal territoriali: in molti casi gli advisor propongono la sottoscrizione a banche del territorio vicine all’emittente perché quest’ultimo non mette a disposizione i mezzi economici idonei per poter arrivare sui mercati esteri, che costituisce l’obiettivo dello strumento auspicato dal legislatore.
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